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martedì 27 marzo 2012

Silent Hill

In un contesto, come quello attuale, in cui le software house hanno sempre più frequentemente le mani legate da esigenti publisher e le sorti dei brand sono proporzionali ai risultati al botteghino, è ormai routine vedere franchise storici dati in sviluppo a team esterni, spesso geograficamente e socialmente molto lontani dalla radice ideologica del capostipite. Silent Hill: Downpour, volente o nolente, ha seguito proprio questa strada. In un tentativo di rivitalizzare la saga, vittima di una profonda crisi d'immagine in seguito ad episodi recenti non troppo ispirati, Konami ha quindi deciso di affidare lo sviluppo del gioco al team ceco Vatra Games, supervisionato dallo storico Silence Team, vero deus ex machina dei primi capitoli. Le promesse di atmosfere malate e scenari di follia pronti a ispirare momenti di puro terrore hanno fatto crescere di non poco l'aspettativa per questo titolo, ma quanto di tutto ciò Silent Hill: Downpour riesce realmente a donare? 
      È innegabile come un buon marchio di fabbrica della saga sia sempre stato il comparto narrativo. Sin dal primo episodio, datato fine anni '90, il brand ha fatto sussultare ed appassionare giocatori di ogni età grazie al suo pescare a piene mani da più fonti letterarie ed esoteriche, affascinanti quanto inquietanti.

                                      Voglia di horror

È quindi molto curioso notare come questa volta il racconto del Silence Team non abbia chiamato in causa divinità della Cabala o scenari di chiaro stampo Lovecraftiano, in virtù di un intreccio narrativo più incentrato sui complessi scenari psicologici dei personaggi, dove visioni di passati peccaminosi si fondono con un presente oscuro e pericoloso. È Murphy Pendleton, prigioniero in un carcere di massima sicurezza, il malcapitato che soddisferà il desiderio di horror di ognuno, accompagnandoci nella sua fortunosa e rovinosa fuga verso Silent Hill in cerca di risposte alle sue visioni e ai suoi incubi.

                                       Voglia di horror

Pur distaccandosi da un concetto di horror legato a leggende dell'occulto e demoniache presenze e maggiormente focalizzato su personaggi da background profondi e coerenti, i ragazzi di Vatra Games sono stati bravi ad evitare deja-vu connessi a terminologia d'ambientazione già nota ai fan, alternando momenti di narrazione più concitata ad altri puramente psicologici, dove ad alimentare il thriller sovrannaturale di fondo non ci sono nomi di divinità o particolari culti ma solo ed esclusivamente le menti malate del protagonista e dei suoi comprimari. Si potrebbe dire che in fondo è tutto qui: la storia di un uomo perso nella città del male in cerca di risposte su un passato che affronterà solo nel climax finale, ma non fatevi ingannare.
Mediamente piacevole, con personaggi sensati e a tratti quasi alienanti, la trama principale è ben strutturata, con colpi di scena inaspettati e la consueta dose di follia a regalare momenti di spiazzamento totale di fronte a determinate scoperte che si faranno lungo la strada. Per quanto non determinante ai fini della storia, il gioco ci mette inoltre davanti anche a delle scelte da effettuare in alcuni momenti topici, che andranno poi ad impattare sul finale che si sbloccherà finendolo. Sono questi i motivi che dimostrano facilmente come sia proprio la storia l'elemento di forza del prodotto e che, più di ogni altro aspetto ludico, farà avanzare lungo tutti gli ambienti di gioco per scoprire quali sono i segreti che legano Murphy alla cittadina ed ai suoi personaggi. Caratterizzato da una buona longevità e da un racconto ben intrecciato, con addirittura 6 finali (di cui il sesto sbloccabile solo a partire dal secondo playtrough) il thriller horror Konami si è senza dubbio riavvicinato, narrativamente parlando, ai fasti di un tempo.                                   

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