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lunedì 26 marzo 2012

E se il tuo capo ti chiede la password di facebook?

Il rapporto tra Facebook e l’ambiente lavorativo è sempre stato tormentato. In circa il 50% degli uffici il social network è rigorosamente bloccato, dove l’accesso è libero invece c’è chi perde intere ore a controllare gli status update e chi invece lo usa come distrazione puntiforme per sfogare qualche minuto di frustrazione. E a quanto pare, ci sono anche datori di lavori che non bloccano Facebook ai dipendenti, ma in compenso chiedono loro la consegna della password personale.

La notizia arriva dagli Stati Uniti, dove a quanto pare esistono agenzie governative che richiedono a impiegati e candidati nome e password Facebook. Il caso più noto è quello di tale Robert Collins, che dopo essersi proposto per un posto di lavoro presso il Maryland Department of Public Safety, si è visto richiedere come prerogativa il libero accesso ai propri dati personali sul social network. La motivazione? Controllare che il soggetto in questione, che faceva domanda per entrare a far parte delle pattuglie di polizia stradale, non fosse affiliato a una gang.
Si tratta in realtà di un episodio quasi del tutto isolato, e che risale ad almeno un anno fa. Ciò nonostante è riuscito a creare un acceso dibattito che nelle scorse ore ha portato due senatori USA ad avanzare una proposta di legge volta a bloccare simile richieste da parte dei datori di lavoro. Nel frattempo, ai piani alti di Menlo Park non sono rimasti a guardare. Dopotutto, si sta parlando di privacy, e in questo particolare frangente Facebook ha l’opportunità di dimostrarsi dalla parte degli utenti senza stravolgere per l’ennesima volta le proprie impostazioni.
Così, venerdì scorso in una nota, Erin Egan, Chief Privacy Officer di Facebook, si è espressa così: “Come utente, non dovresti essere costretto a condividere le tue informazioni private e la cronologia delle tue comunicazioni solo per ottenere un posto di lavoro. E come amico di un utente, non dovresti preoccuparti che le tue informazioni private vengano rivelate a qualcuno che non conoscit e con cui non intendi condividerle solamente perché il tuo amico sta cercando un lavoro. È per questo che la richiesta di una password è considerabile come violazione della dichiarazione dei diritti e delle responsabilità di Facebook.


Egan ha aggiunto che questo tipo di pratiche scorrette potrebbe mettere nei guai gli stessi datori di lavoro, dal momento che nel caso venissero a sapere, dalle sue informazioni personale, che l’utente appartiene a un gruppo protetto e poi decidessero per altri motivi di non assumerlo, potrebbero essere tacciati di discriminazione.
L’idea che un datore di lavore possa indurti a consegnarli le chiavi del tuo diario personale, rappresenta una violazione della privacy così ovvia che non ci dovrebbero essere dubbi nel rigettare questo tipo di pratica. Ma c’è chi, pur condannando la cosa, ritiene che in alcune particolari circostanze la cosa potrebbe non essere così inconcepibile. Ad esempio: quando l’utente deve utilizzare quella rete sociale per lavoro , o quando c’è il sospetto di un uso poco corretto del social network, oppure nel caso in cui siano coivolti problemi per la sicurezza nazionale.
In attesa di vedere come questo caso si svilupperà, è interessante notare una cosa. Negli USA esistono posti di lavoro in cui è esplicitamente richiesto un campione di urine per valutare una possibile dipendenza da droghe, e nessuno ha mai pensato di farne un caso mediatico. Ma è bastato che un paio di agenzie governative chiedessero una password di Facebook per scatenare il finimondo.
Il concetto che il cittadino del 2012 ha della privacy è quantomeno curioso.

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